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I neuroni della lettura: la Lectio magistralis di Stanislas Dehaene

Stanislas Dehaene, titolare della cattedra di Psicologia cognitiva sperimentale al College de France, è uno dei più brillanti scienziati cognitivi. L'autore del famoso Il pallino della matematica (Mondadori, 2001) ha presentato al Festival della Scienza, nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, il suo ultimo libro, I neuroni della lettura.

Corrado Sinigaglia, docente di Filosofia della Scienza ed Epistemologia delle Scienze Umane presso Università degli Studi di Milano, ha introdotto Dehaene insieme al filosofo, matematico ed epistemologo Giulio Giorello. «Il tema della lettura affronta aspetti pedagogici, umanistici e scientifici», ha commentato Giorello. «La lettura avrà un futuro? E se sì, quale? Dehaene opera una rivoluzione copernicana affermando che non è il cervello umano ad essersi adattato alla lettura, ma il contrario. Si aprono così nuove domande che coinvolgono l’attività matematica, l’etica, la religione».

Ma come può un cervello da primate come il nostro imparare a leggere e a scrivere? E in che modo la lettura e la scrittura dipendono dal nostro cervello? Dehaene è partito da lontano: «32 mila anni fa, esseri umani come noi disegnavano sulle pareti delle grotte simboli simili alle lettere che usiamo oggi. 5 mila anni fa nasceva la scrittura. L’immagine cerebrale ci ha permesso di scoprire che, nell’emisfero sinistro del cervello, ci sono regioni deputate alla lettura». L’occhio umano non si è mai evoluto a favore di essa: «per riuscire a leggere, infatti, dobbiamo fissare ogni singola parola; le informazioni visive penetrano poi nel cervello».

La regione più importante per la lettura è quella che riconosce la forma visiva della parola: «la utilizziamo quando impariamo a leggere. È stato scoperto che i bambini, a soli due anni, hanno già rappresentazioni del linguaggio parlato». E se un giorno, all’improvviso, non fossimo più in grado di leggere? «Il primo ad occuparsi di questo disturbo, detto alessia, è stato il neurologo francese Jules Dejerine alla fine dell’Ottocento. La malattia deriva da un cattivo funzionamento della regione del cervello che riconosce la forma visiva della parola».

Quanto siamo portati per la lettura? E quanto è difficile leggere? «Il nostro cervello è in grado di riconoscere le lettere minuscole e a distinguerle dalle maiuscole, che appaiono diverse: sembra facile, ma non lo è. Il cervello è stato addestrato per farlo». Secondo Dehaene, il metodo globale di insegnamento della lettura è sbagliato, «perché si basa sulla forma delle parole. Ci illudiamo di leggere in modo globale e obblighiamo i bambini a codificare le lettere in sequenza, anche se non sono ancora in grado di farlo. Per loro l’unico modo di imparare è quello di riconoscere le corrispondenze tra lo scritto e il suono».

Quando impariamo a leggere, il cervello subisce dei cambiamenti: «nei bambini dislessici la regione ventrale non è sufficientemente attivata. In parte la dislessia ha una base genetica, e i neuroni non sono posizionati correttamente già in gravidanza. Le anomalie nella lettura, però, non sono permanenti, perché il cervello dei bambini è plastico: grazie ad una rieducazione - da seguire entro i dieci anni di età - arriveranno a leggere in modo quasi normale utilizzando delle regioni del cervello vicine a quella deputata alla lettura». Dopo aver imparato a leggere, dunque, il nostro cervello non è più lo stesso,«ma è migliorato. La cultura è un’insieme di attività che l’umanità ha inventato per studiare se stessa», ha concluso Dehaene.

Genova, 1 novembre 2009

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